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INDICE
- Premessa
- Un pericolo costante: tre modi per esorcizzare
il problema dell'inserimento dell'handicappato nella
comunità scolastica
- Il Centro Educativo Italo-Svizzero di Rimini
- Un'esperienza rovesciata: l'integrazione dei normali
- La « comunità di sostegno »
- Un
tentativo di integrazione per classi
- L'handicappato grave nella comunità scolastica
- Un discorso da iniziare
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| PREMESSA. |
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In
un bilancio critico sulla « scuola attiva
» può apparire in parte forzata la
trattazione di questo argomento: forzata, non
tanto perché il problema dell'handicap
risulti giustapposto o addirittura estraneo alla
tensione, alla riflessione e alla pratica educativa,
prodotte dall'« attivismo », quanto
per l'ampiezza che esso presenta e per le difficoltà
esistenti nel tentare una sintesi delle esperienze
sinora
realizzate
e degli orientamenti che ne conseguono.
È
per tale motivo, e non solo perché la mia
esperienza è maturata all'interno del Centro
Educativo Italo-Svizzero (CEIS) di Rimini, che
preferisco descrivere l'impegno e l'azione di
questa comunità scolastica, cercando di
codificarne le risposte, sia pure sommariamente,
e di rilevarne gli aspetti più importanti.
D'altra
parte, proprio per la estesa varietà delle
scelte organizzative e degli strumenti tecnici
messi in campo in situazioni territoriali diverse,
mi sembra molto più legittima la lettura
approfondita di una esperienza che la superficiale
generalizzazione di molte.
Si tenga
presente, inoltre, che questa stessa esperienza,
sia pure con limiti e contraddizioni di varia
natura, attesta una vitalità che, nell'ambito
della problematica dell'inserimento dell'handicappato,
rivela una triplice e fondamentale connotazione:
-
aver affrontato questo problema sin dal 1946,
anno di fondazione del CEIS,
- averlo
incluso tra i presupposti più qualificanti
della scuola materna ed elementare,
- aver
dato ai movimenti progressisti un contributo
di certo prezioso, forse determinante.
Partendo
allora dall'esperienza del CEIS, mi pare utile
individuare alcuni aspetti, che siano ad un tempo
informazione, per quanti non conoscono la sua
attività, e base per il successivo confronto
e lavoro di gruppo. |
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| UN
PERICOLO COSTANTE: TRE MODI PER ESORCIZZARE IL PROBLEMA
DELL'INSERIMENTO DELL'HANDICAPPATO NELLA COMUNITÀ
SCOLASTICA |
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Esiste
un iniziale ambito di riflessione, che diventa
assolutamente prioritario nell'affrontare la tematica
propostaci e che dovrebbe consentire la rimozione
di alcuni assunti fideistici. Mi riferisco particolarmente
a comportamenti e ad affermazioni, che, pur essendosi
generati in contesti politici, sociali e culturali
propensi all'integrazione dell'handicappato, hanno
determinato di fatto risposte emotive e contraddittorie,
se non addirittura ripensamenti sulla validità
dell'integrazione stessa.
In primo
luogo è ancora diffuso l'atteggiamento,
secondo il quale è sufficiente inserire
l'handicappato per averne realizzato il recupero.
In realtà, pur riconoscendo gli effetti
positivi dell'integrazione, questi sono di per
sé assolutamente inadeguati rispetto ai
bisogni complessivi dell'handicappato.
In secondo
luogo, ben peggiore è l'atteggiamento,
per il quale attraverso l'inserimento degli handicappati
si tende ad ottenere, costi quel che costi, un
cambiamento della scuola, fondamentalmente rimasta
immutata anche dopo l'applicazione dei decreti
delegati. In realtà tale atteggiamento
finisce per strumentalizzare proprio gli handicappati
che, come soggetti sociali con dignità
pari a quella degli altri, non possono diventare
veicolo di una rivoluzione fatta sulla loro testa
e che, come individui anche gravemente colpiti
nelle loro potenzialità globali, hanno
diritto ad aiuti immediati e concreti.
In terzo
luogo, per mitigare le valenze negative di cui
storicamente si è caricato, il termine
« handicappato » viene con sempre
maggiore frequenza sostituito con altre definizioni:
soggetti in difficoltà, problematici, e
così via.
Questo
fenomeno rivela quasi un tentativo di rimuovere
il problema e di rendere più indistinti
ambiti di intervento, già di fatto caotici
e lacerati.
Le puntualizzazioni
ora effettuate tendono a mettere in luce come
l'azione così innovativa e ampia, riguardante
l'inserimento degli handicappati nella scuola
di tutti, non può non risentire di contraddizioni,
di inadempienze e di reazioni contrastanti, ma
deve certamente rifuggire dalle semplificazioni
e dalle posizioni schematiche.
Dell'inserimento
degli handicappati nella comunità scolastica
è innanzitutto necessario sottolineare
il fatto che, se si escludono alcuni gruppi, associazioni
e movimenti degli insegnanti, particolarmente
impegnati sin dall'inizio degli anni '70 su questo
versante, esso ha colto quasi di sorpresa l'intera
scuola dell'obbligo. Gli effetti dell'applicazione
della legge 517 del 1977 sono stati notevolmente
diversi nei vari contesti scolastici, ma di certo
hanno avuto come connotazione pressoché
costante un passivo adeguamento degli insegnanti
alle iniziative di integrazione.
Queste
iniziative, previste dagli artt. 2 e 7 della legge
testé citata, hanno trovato il loro massimo
riscontro più in un forte atteggiamento
di difesa da parte degli insegnanti attraverso
la pressante — ancorché legittima
— richiesta delle figure di sostegno, che
nella capacità di elaborare modelli organizzativi
adattati all'inserimento dell'handicappato. D'altra
parte la realizzazione d'interventi individualizzati
e la elaborazione di progetti educativi, strutturati
su diverse combinazioni dinamiche (gruppi classe,
gruppi interclasse, gruppi opzionali ecc.) non
sono mai state pratiche consuete alla scuola,
se si esclude qualche lodevole eccezione.
L'inserimento
dell'handicappato, passando tra frustrazione della
scuola ed emergenza di nuove istanze sociali,
già respinte ed escluse, richiama di fatto
l'inscindibile interdipendenza tra programmazione
educativa e programmazione sociale.
Se dalla
prima, infatti, occorre attendersi che la scuola
dell'obbligo quanto meno realizzi il compito di
essere per tutti, dalla seconda è lecito
aspettarsi che non enfatizzi il momento dell'integrazione
scolastica senza considerare, con i limiti della
scuola, anche quelli delle altre agenzie sociali
in rapporto con essa (famiglia, quartiere, enti
locali e loro espressioni consortili). Non si
tratta di distribuire semplicemente una «
torta di responsabilità », intorno
a cui litigare per ricevere la fetta più
piccola, ma soprattutto di riconsiderarne gli
ingredienti e la manipolazione. Si tratta di capire,
cioè, quale ampiezza e quale specificità
abbia la scuola in rapporto con le altre realtà,
in quanto allo stato attuale una cosa è
parlare di integrazione nella comunità
scolastica, un'altra di integrazione nella comunità
sociale.
L'inserimento
dell'handicappato nella scuola dell'obbligo si
propone, quindi, come fenomeno non più
controverso sul piano legislativo, ma di incerta
configurazione su quello operativo.
Ed è
proprio su questo secondo versante che il CEIS
di Rimini, come già si è affermato
in premessa, può offrire un contributo
interessante. |
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| IL
CENTRO EDUCATIVO ITALO-SVIZZERO DI RIMINI |
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Non
intendo qui effettuare la storia di questa istituzione,
anche se ciò risponde generalmente ad una
prima esigenza conoscitiva.
Mi pare
essenziale, comunque, chiarire che l'ambito, in
cui il CEIS costruisce la sua esperienza, produce
metodologie di lavoro, sviluppa rapporti culturali
a livello nazionale ed internazionale, è
quello socio-educativo. Tale ambito, che ha comportato
precise scelte operative principalmente a favore
dei bambini dai tre ai dodici anni e, tra questi,
di numerosi handicappati e di soggetti a spinte
emarginanti, si è realizzato nell'organizzazione
di una scuola dell'infanzia, di una scuola elementare
a pieno tempo, di un centro di socializzazione
e di una casa dei ragazzi.
È
dall'azione che ne scaturisce — e quindi
dalla prassi educativa — e dalla sua permanente
relazione con i bisogni del territorio riminese
— e quindi dalla prassi sociale —
che emergono i momenti di sintesi pedagogica del
CEIS e la necessità di socializzarli. L'azione
medesima, per il suo carattere laico e riformatore,
ha ricevuto riconoscimenti molto importanti, ma
ha dovuto imbattersi parimenti in ostacoli di
ogni sorta, istituzionali ed economici, che ne
hanno minacciato lo svolgimento e la continuità.
Come
il CEIS si sia posto il problema dell'integrazione
dell'handicappato e quali aspetti sociali e educativi
abbia rilevato in questa esperienza, non può
essere compiutamente riferito in poco tempo. Proverò,
tuttavia, a formulare una sintesi, cercando di
individuare i tratti essenziali e, a mio avviso,
più significativi. |
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| UN'ESPERIENZA
ROVESCIATA: L'INTEGRAZIONE DEI NORMALI |
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Quando
nel 1946 il CEIS inizia la sua attività
in una città profondamente segnata dalla
guerra, il primo gruppo, accolto residenzialmente,
è costituito da bambini traumatizzati dagli
eventi bellici: carenti a livello fisico e psichico
e bisognosi soprattutto di acquisire una valida
fiducia di sé all'interno di una ricca
rete di relazioni interpersonali. Rifiutati nella
maggioranza dei casi dalla scuola del tempo, per
questi bambini si pensa allora di istituire alcune
classi elementari e di adattarle ai loro bisogni.
Gli alunni esterni vengono perciò integrati
allo stile di vita di questa prima comunità
e, pur costituendo numericamente la maggioranza,
avvertono l'importanza e la centralità
dei bambini, che risiedono al CEIS.
Questa
singolare esperienza di integrazione mette in
luce immediatamente alcuni aspetti fondamentali.
In primo
luogo l'individuazione di forme e campi di socializzazione,
accessibili a tutti i bambini della scuola, e
la determinazione di validi rapporti intersoggettivi
annullano completamente ogni concezione autoritaria
del lavoro educativo. Emerge la necessità
della elaborazione di un progetto pedagogico attento
ai bisogni del singolo, al loro soddisfacimento
nel gruppo, alle attitudini degli adulti di mediarli
e di sollecitarli.
In secondo
luogo la presenza di educatori, coadiutori ed
ausiliari, compartecipi dei vari momenti decisionali
e di programmazione e verifica, porta al superamento
del rapporto privilegiato tra insegnante unico
della classe e relativo gruppo di alunni per popolare
la comunità scolastica di altri soggetti
(dalla cuoca all'educatore tirocinante, dal giardiniere
all'insegnante specializzato ecc.).
Dalle
constatazioni ora effettuate, che conservano intatto
l'impegno innovativo di fondo, possono essere
desunte linee di tendenza, ancora oggi importanti
per orientarsi nell'ambito dell'inserimento dell'handicappato
e che certamente ritroviamo, più o meno
consapevolmente, nella pratica educativa quotidiana:
a) la
necessità di offrire una risposta aderente
ai bisogni del bambino handicappato evidenzia
l'importanza del rapporto individualizzato per
tutti i bambini e, in analogia, dimostra che una
scuola incapace di stabilire tali rapporti è
di fatto una « integrazione negata »
per qualsiasi bambino;
b) l'inserimento
va inteso come un modo nuovo di una comunità
(scolastica o sociale che sia) di porsi di fronte
all'educazione e di rideterminare volta per volta
gli strumenti più idonei alla sua attuazione. |
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| LA
« COMUNITÀ DI SOSTEGNO » |
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La
scuola a tempo pieno del CEIS rappresenta allora
la derivazione di una necessità espressa
da quel primo gruppo di bambini traumatizzati
e rifiutati.
Essa
fa proprio l'ottimismo adleriano, secondo il quale
non esiste bambino, per quanto seriamente in difficoltà,
che non abbia propensioni, desideri e attitudini
da apprezzare e da stimolare positivamente; contemporaneamente,
rileva dall'attivismo pedagogico, e soprattutto
da quello di Freinet, l'azione di reciprocità
tra rinnovamento della comunità scolastica
e quello della comunità sociale.
Di qui
in poche parole l'impegno pedagogico del CEIS.
Ma congruentemente, per ciò che si riferisce
all'integrazione dell'handicappato, occorre sottolineare
che essa si realizza nell'assunzione di compiti
da parte dell'intera comunità scolastica,
compiti diretti a:
-
costruire uno spazio ambientale, che, consentendo
attività percettive, ludiche, espressive
ed esplorative, non presenti barriere fisiche
e, ancor più, psicologiche; soprattutto
favorisca una tensione continua alla comunicazione;
- comporre
una rete di relazioni, facilmente riconoscibile
dal bambino e sorretta più dalla flessibilità
della cooperazione che dai conflitti dei ruoli
e delle competenze;
- attivare
un circuito affettivo sulla base della costante
valorizzazione della responsabilità del
gruppo nei confronti del singolo e di questi
nei confronti del gruppo.
Anche
questa volta, nell'evidenziare l'attualità
dell'azione del CEIS, sono individuabili alcune
condizioni, che costituiscono assieme forma e
mezzo per l'inserimento dell'handicappato.
La prima
condizione — forse quella più difficile
da realizzare, ma di certo la più necessaria
— è costituita dal superamento della
delega all'insegnante di sostegno della totalità
dei bisogni dell'handicappato, delega che si traduce
nella maggior parte dei casi in un doppio isolamento
(del bambino e dell'insegnante). È per
tale motivo che il CEIS preferisce parlare di
«comunità di sostegno».
Quanto
più la comunità scolastica riesce
nelle sue varie articolazioni a presentare una
vasta area di comportamenti produttivi, tanto
più viene attenuata la frantumazione dei
rapporti che sorgono con e attorno all'handicappato
(tra l'insegnante di classe e l'insegnante di
sostegno, tra questi e i genitori del bambino,
tra i genitori e l'assistente sociale ecc.).
La seconda
condizione è che la comunità scolastica
diventi nel complesso agente di terapia, non nel
senso di surrogare in proprio le singole azioni
terapeutiche di cui l'handicappato può
avere bisogno (fisioterapia, logoterapia ecc.),
ma nel rappresentare al più alto grado
possibile la sede di riconoscimento e di apprezzamento
di livelli anche minimi di movimento, socializzazione,
comunicazione e apprendimento. |
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| UN
TENTATIVO DI INTEGRAZIONE PER CLASSI |
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Nell'ottobre
del 1973 il CEIS avvia una sperimentazione, la
cui ipotesi dichiara che « la convivenza
nella stessa classe tra bambini handicappati e
bambini normodotati, con un programma pedagogico,
metodologico e tecnico che prevede momenti di
azione collettiva totale e a gruppi e momenti
di insegnamento ed esercitazione differenziati
per difficoltà settoriali, incentiva e
migliora la socializzazione e il rendimento scolastico
di ogni alunno di quella classe ».
La sperimentazione,
effettuata nell'arco di un quinquennio, ha come
presupposto esplicito la condizione, affermata
sin dalla fondazione del CEIS ed osservata in
molti anni di attività, per cui ogni bambino
ha necessità di vivere un'ampia serie di
situazioni, che, pur privilegiando le istanze
comunitarie, consenta il rapporto individualizzato,
soprattutto se diretto a far superare difficoltà
più o meno temporanee, più o meno
oggetti ve.
Parimenti,
l'obiettivo implicito consiste nel superamento
della divisione tra classe normale e classe differenziale,
costituendo di fatto l'unità sperimentale
un insieme di 23 bambini normodotati e di 7 handicappati.
Più
dell'analisi del percorso attuato da questa sperimentazione
e della riflessione su un modello clamorosamente
anticipatorio delle successive disposizioni di
legge concernenti l'abolizione delle classi differenziali,
interessa in questa sede riprendere le constatazioni
di fondo, presentate dal CEIS, come sintesi dell'esperienza,
in un « febbraio pedagogico » di Bologna.
La valutazione
dello sforzo sul piano sociale e degli apprendimenti,
messo in opera dall'alunno handicappato, non può
essere comparato che alle potenzialità
e alle attitudini evidenziate dal bambino medesimo.
Ogni diverso procedimento, se e in quanto tende
a conferire all'azione di recupero la possibilità
di totale normalizzazione delle menomazioni dell'handicappato,
rischia di produrre una nuova emarginazione ancora
più pericolosa, perché avallata
dalla considerazione di aver provato tutto quanto
era possibile fare. Un bambino, colpito ad esempio
nella sfera della motricità, va considerato
nei suoi progressi motori e non per il fatto che
ancora non riesce a correre con i suoi coetanei.
Lo stesso
termine « recupero » porta con sé
una molteplicità di implicazioni, dalle
aspettative dei genitori dell'handicappato alle
operazioni condotte dai tecnici e dagli insegnanti,
spesso tra loro discordanti. Questo pericolo è
sempre presente se vengono trascurate l'importanza
della costruzione di un clima più solidale
nella comunità scolastica e la necessità
che tale costruzione si realizzi nella società
intera. |
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| L'HANDICAPPATO
GRAVE NELLA COMUNITÀ SCOLASTICA |
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Occorre
non sottacere che gli aspetti educativi e sociali
dell'integrazione trovano il più lacerato
riscontro nella presenza dell'handicappato grave.
Senza addentrarsi nella definizione di handicap,
visto che ne esistono numerosissime e tutte forse
insufficienti, devo comunque chiarire che per
handicappato grave intendo quel bambino, per il
quale, pur trovandosi in età d'obbligo
scolastico e data la complessità dei danni
organici che presenta, risulta già essere
una preziosa conquista educativa il fatto che
raggiunga in un lungo arco di tempo abitudini
minime di autonomia (controllare gli sfinteri,
autoalimentarsi, orientarsi nello spazio conosciuto
ecc.), talvolta senza acquisire neppure una rudimentale
alfabetizzazione scolastica.
Per
questi bambini il CEIS ha operato in modo che
le classi non rappresentassero l'unico momento
di riferimento, ma che ad esse si aggiungesse,
integrandole, un centro particolarmente attrezzato:
il centro di socializzazione. Tale struttura,
oggi a servizio dell'intero circondario riminese,
si pone infatti come ambito intermedio tra necessità
di far acquisire gli automatismi preliminari per
il raggiungimento di livelli anche minimi di autonomia
e possibilità di interazione con soggetti
normali in momenti programmati ed informali della
vita delle classi e della comunità scolastica.
Il rapporto
tra conseguimento degli automatismi ed esperienza
di relazione è di totale reciprocità;
non si può supporre, allo stato attuale
delle osservazioni effettuate, che una sola sfera
d'intervento sia di per se stessa sufficiente
ad esaurire le aspettative delle forze impegnate
(genitori, educatori, terapeuti, operatori sociali,
amministratori pubblici) e, ancor più,
i bisogni e le potenzialità del bambino
gravemente handicappato.
Se tutto
questo rappresenta una ulteriore testimonianza
che sul campo dell'integrazione occorre effettuare
alti investimenti di creatività organizzativa
e che tale creatività è possibile
solo in una comunità scolastica non ancorata
alla difesa rigida dei ruoli, resta tuttavia invariata
l'enorme responsabilità di una società,
che rinchiude la sua coscienza collettiva in una
legislazione certamente avanzata, ma non la libera,
realizzandola, nelle sue espressioni economiche,
culturali, associazionistiche.
Prende
corpo allora la domanda che lentamente, ma sempre
più precisamente, è venuta a delinearsi
attraverso questa breve escursione sull'esperienza
del CEIS: « Fino a che punto gli effetti
sociali ed educativi dell'integrazione dell'handicappato
nella comunità scolastica si ripercuotono
o vengono alimentati dalla comunità sociale?
».
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| UN
DISCORSO DA INIZIARE |
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Penso
che la riflessione e la discussione del gruppo
possano avere come riferimento la domanda ora
presentata.
Una
prima risposta, apparentemente logica, potrebbe
essere che, se si operasse per una integrazione
sociale della scuola, avremmo risolto molti problemi
dell'integrazione nella scuola. Personalmente
non credo, tuttavia, che la scuola, come oggi
si configura storicamente, rappresenti un «corpo
separato», ma che anzi sia strettamente
inserita nei modi e nelle esigenze di questa società.
Resta
allora solo la speranza che lo sforzo di costruzione
di una comunità scolastica, in cui giorno
per giorno si tenti di superare separatezze e
confini, serva davvero a formare un uomo nuovo,
ottimista più per la consapevolezza delle
incertezze che per le verità assolute,
di cui si crede depositario. |
Saggio scritto nel maggio 1979
Pubblicato su AA. VV. “L’educazione
attiva oggi: un bilancio critico” La
Nuova Italia – Firenze 1984
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